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Pensiero... Riduci
Cantare a tutti i costi
 
 

Se è vero che il cantare è un atto tipico di chi "ama", cioè sta bene con sé stesso, ha il cuore in pace (o quantomeno: cerca la pace interiore), ricerca una serenità diversa e un poco anche alternativa; se è vero che il cantare è frutto di un gesto fisico e psicologico, psichico e intellettivo, fisiologico e biologico e artistico e tanto altro ancora; se è vero che il cantare è un po' anche un gesto d'amore, allora bisogna che qualcuno spieghi bene, con tutti gli aggettivi a posto, le punteggiature, gli avverbi e le interiezioni, le frasi d'effetto ed i verbi azzeccati, perché tutto questo si dovrebbe fare a senso unico. Cioè: così come l'amore ad un'unica direzione alla fine distrugge anche un fisico da lottatore, anche un gesto d'amore (fisico, fisiologico, intellettivo eccetera eccetera eccetera) come il canto non può essere a senso unico. Non può, cioè, non essere ricevuto da coloro (colui, colei) cui è donato. Peggio ancora: se questo atto d'amore (....omissis...) viene "respinto" perché non gradito, non capito, non accettato, non preparato, non riverberato nell'animo, nel cuore, negli occhi, nel corpo di chi dovrebbe riceverlo come destinatario, ben si immagina quale ne può essere il destino finale. E' il senso di un cantare a tutti i costi, quando lo si deve fare perché richiesti da questa o quella organizzazione, spesso improvvisata sul piano artistico e totalmente ignorante (cioè: inconsapevole, perché davvero ignora) su quello musicale; o peggio: perché questo o quel coro
necessitano di un contributo che, ancorché piccolo, a volte diventa prezioso per la vita del gruppo che si impegna per sere e sere a studiare, a rinunciare a ore di vita privata, ad approfondire un passaggio musicale lessicale, sonoro e quant'altro. Cioè a sognare un sogno fatto d'amore e di canto. Nessuno ha il diritto di spazzare via, con la ramazza dell'organizzazione pseudo-efficientista, con l'approssimazione del coordinatore improvvisato di masse che si spostano transumanti e disorientate alla ricerca dell'occasione buona per passare una domenica (o un sabato o una sera: insomma, per passare e basta) senza guardarsi negli occhi e leggersi un poco la vita: e forse volersi anche un po' più bene, individualmente e collettivamente. Nessuno può permettersi di strangolare con l'insipienza dell'incapace la voce delicatissima di un Coro, tanto più delicata quanto più essa è composta da piccoli implumi: cioè, cantori non professionisti della voce, ma tanto, tanto appassionati del canto e innamorati del bel suono, delle vocali emesse bene, della precisione parossistica al testo scritto, anche il più semplice, delle note tutte messe bene in fila, delle dinamiche interne ad un piccolo distico di poesia musicale che, nelle prove, vengono discusse, approfondite, sviscerate e riprovate fino a trovarne la giusta misura emozionale per quei piccoli-grandi esecutori. Nessuno ha il diritto di rendere villania a fronte di un piccolo, grande atto d'amore. E poiché non solo non è facile, ma forse addirittura impresa indicibile quella di spiegare, far capire, portare per mano a comprendere: insomma, istruire un pubblico generico e disattento, giunto lì in quel luogo attratto da altre chimere e intruppato da pandemoni organizzati (di cui si dirà nei bar gazzettieri del lunedì: "Hai visto quanta gente? Bello neh?"), non si vedono altre strade che queste due, poste ad un bivio di fronte al quale i Cori si debbono interrogare. Accettare tutto, perché almeno qualcosa si tenta di trasmettere a qualcuno; oppure prendere una decisione decorosa, difficile, impopolare, che mette in crisi direttori e presidenti, ma che dà un segnale di grande dignità e coerenza. Cioè: non accettare a priori, convincere chi organizza le estati che tutto questo non ha alcun senso, che non solo non darà soddisfazione agli organizzatori, ma rischia di far naufragare anche i Cori. Perché di questo si sta parlando e tra poco Cori e simili saranno un lieto scenografare sottomesso alle baraonde angurianti tra folle multicolori e felici che occhieggiano, orecchiano, palpeggiano tutto, senza capire a fondo davvero niente. Certo non è facile da decidere, ancora meno facile è dacondividere tra tutti i coristi di un Coro: a volte l'essere presenti a questa o a quella manifestazione può aprire strade insperate (si pensi alle occasioni incredibili, nel bene e anche nella sciatteria, s'intende, che si possono intravedere in certi grandi raduni di folle...).  A volte, il non esserci fa irritare organizzatori ignari che non comprendono la ragione di un rifiuto a partecipare da parte di un Coro. Ma l'interrogativo è sempre lo stesso: cantare è un atto d'amore (che riempie il cuore, eccetera eccetera eccetera) o è un fatto di mercato (che dovrebbe un po' anche rimpinguare le casse di un gruppo corale)? Decisa la scelta a priori, ne consegue tutto ciò che ne deve conseguire. Ma una cosa è certa: qualcuno deve spiegare perché allora si passano decine (o centinaia) di sere a studiare, a provare, a ripetere, ad annoiarsi e ad emozionarsi, quando poi tutto rischia di ridursi ad una comparsata ad effetto che aggiunge cose a cose. Insomma: non ci stancheremo mai di dire che un Coro va ascoltato nella pienezza dell'atto dell'ascolto,che inizia fin dalla scelta della sede, dei sistemi acustici che interagiscono globalmente, della tranquilla consapevolezza con la quale il pubblico, intenzionalmente e serenamente, ascolta nell'atto di progressiva apertura alla musica, alla voce, alla  composizione. E se ne lascia prendere a poco a poco. Così l'esecuzione diventa un atto globale, intenso, profondo, affettivo ed emozionante. E non è forse, questo, un grande atto d'amore?
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 dal 30 luglio 2011

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